Pierluigi Spagnolo, autore del libro
“I Ribelli degli Stadi” , ci ha rilasciato una piacevole intervista e di seguito la riportiamo per voi.
- Ciao Pierluigi, come è nata la tua passione per il giornalismo ?
Sognavo di fare il giornalista sin da ragazzino, tanto che dalle
scuole medie all’università ho sempre partecipato alle esperienze di
giornale scolastico o di facoltà. Dopo la laurea in Scienze politiche
avevo però quasi perso la speranza di entrare in una redazione e poter
fare questo mestiere… Poi, nell’estate del 2003, ho partecipato alla
selezione per una borsa di studio che permetteva di fare uno stage al
Corriere del Mezzogiorno di Bari, il dorso pugliese del Corriere della
Sera. Ho vinto quella selezione e tutto è iniziato da lì.
- E da dove ti è venuta l’idea di scrivere un libro sul tifo organizzato ?
Sono da sempre innamorato del tifo organizzato, dall’aggregazione
popolare che si crea nelle curve, ancora più di quanto non sia
innamorato del gioco in sé. Quando da bambino mi hanno portato per la
prima volta allo stadio, a metà anni Ottanta, a vedere il Bari, la
squadra della mia città, mi sono accorto di essere più attratto dalla
curva, dai tifosi in piedi che facevano il tifo, dalle bandiere e dagli
striscioni degli ultras, più che da tutto il resto. Amo il tifo come
fenomeno aggregativo, quindi due anni fa ho iniziato a scrivere la
storia del tifo italiano, a partire dagli inizi del Novecento,
soffermandomi particolarmente sul fenomeno ultras, cominciato a partire
dal turbolento 1968, con la nascita della Fossa dei Leoni del Milan.
- In questo momento storico il tuo libro ci aiuta nella lettura di
una parte significativa della società italiana. Chi sono i ribelli
degli stadi ??
Gli ultras del calcio sono persone normali. Sono il vicino di casa,
il dentista, il disoccupato, l’insegnante, l’istruttore della palestra,
il medico e l’operaio. Non sono i peggiori, neppure i migliori,
semplicemente sono uno spaccato della società. Le curve sono la
fotografia di quello che c’è fuori dai cancelli di uno stadio.
Nonostante gli errori e gli eccessi che il mondo del tifo porta con sé
(compresi i morti e le pagine più tristi), quella degli ultras resta la
più longeva forma di aggregazione che l’Italia conosca, l’unica
sopravvissuta ai cambiamenti degli ultimi decenni. E dopo 50 anni, è
arrivato il momento che la società italiana prenda atto del mondo
ultras, con tutte le sue sfaccettature, pregi e difetti.
- Come la vivi la tua passione per il calcio ?
Diciamo che da ragazzino la vigilia di una partita della mia squadra
mi metteva addosso un’adrenalina pazzesca. Adesso credo che non succeda
più per la maggior parte dei tifosi, il calcio è cambiato in peggio,
perdendo la sua anima popolare, la sua spontaneità. Non è più un rito
collettivo, ma è diventato uno spettacolo, soprattutto televisivo.
- Progetti futuri in campo editoriale ?
Per ora non ho nuovi progetti… C’è da portare ancora in giro “I
ribelli degli stadi”, arrivato alla quinta ristampa e alla 42esima
presentazione in Italia e con decine di richieste da onorare nel 2019.
C’è davvero una grande voglia di confrontarsi, di parlare di tifo e di
quello che sono stati e sono ancora adesso gli ultras in Italia.
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